La donna nel Medioevo

 

Nelle campagne la donna schiava conduce una vita meno misera, ma comunque difficile perchè sottomessa ad un padrone spesso spietato, che la società imponeva. E, mentre le donne libere, non appartenenti ad un rango sociale elevato, erano soggette ad una vita faticosa e priva di gioia, le nobildonne si concedevano a divertimenti grossolani e, incuranti di accrescere la propria interiorità, si avviano verso quel lusso che, al declinare del Medioevo, raggiungerà la stravaganza.

Dall’anno Mille il mondo si trasforma: la donna povera conduce sempre la stessa misera esistenza, abita nelle casupole che circondano i grandi castelli feudali e come prima è sottomessa ai padroni.

La signora, invece, vive nei grandi castelli circondata da dame, cavalieri, servitori. Le giornate trascorrono veloci: ci sono da sorvegliare i cuochi affaccendati intorno alle caldaie, i giardinieri intenti a curare i meravigliosi giardini, i servitori che si occupano delle sale, colme di argenti e di oggetti preziosi. Ma le serate sono interminabili. Accanto ai grandi camini siede la castellana che ricama, mentre gli altri familiari giocano agli scacchi oppure ai dadi. Era piacevole in questi momenti ascoltare le storie di altri feudatari di altri paesi, raccontate dai viandanti e dai pellegrini, ospiti del loro castello. L'orecchio si fa poi più attento quando giunge un menestrello che, accompagnandosi con un liuto e con una mandola, canta delicate rime d'amore.

È nata la cavalleria: in cambio dell’amore la donna esige la protezione; una protezione che si estenda anche ai valori del suo spirito. Vuole essere guardata punto di vista di un simbolo raffinato e mistico; esige diventare sinonimo di virtù e gentilezza; desidera essere cantata e mostrata al mondo nella rinnovata sembianza di dea della bellezza e dell'amore.

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Il culto di tali ideali femminili nacque soprattutto in Firenze, raffinata e civile, dove la donna fu chiamata la depositaria dei più elevati sentimenti. Purtroppo nella vita domestica e in quella politica, questa fu piuttosto una vittima dei soprusi e della volontà del più forte. Subì fin dai più teneri anni la tirannia dalla vita monacale e dei matrimoni forzati. Essa infatti veniva sposata giovanissima; prendere marito a diciotto o venti anni, significava sposarsi tardi. Verso dodici anni le veniva, perciò, destinato il futuro marito.

Neppure le mura del monastero venivano rispettate e spesso le fanciulle venivano strappate al ritiro della tranquilla vita monastica con il compito di stabilire nuove alleanze, unire fazioni avverse o placare gli odi. Non sempre, però erano all’altezza del ruolo loro affidato, per cui esse provocavano con astuzia e parzialità femminili, dei veri e propri conflitti, seppure non cruenti.

A causa delle violenze, degli odi, dei rovesciamenti di potere, delle discordie civili, essa veniva a trovarsi implicata quale vittima, in situazioni drammatiche. Le vendette premeditate, trasmesse di padre in figlio, insieme con il vigore di un odio implacabile, gettavano le povere madri, le spose, le sorelle, le figlie, in uno stato di ansia e di sofferenza indicibile.

Ma non solo la donna assisteva impotente ai tristi spettacoli della vita politica, persino le leggi la tenevano in inferiorità civile, essendo la sua condizione giuridica, di perfetta sottomissione e subordinazione. A Firenze, per esempio, le donne erano sottomesse alla volontà del procuratore, per cui senza di lui in nessuna occasione le era consentito dire una parola in sua difesa o muovere un passo.

I poeti cantavano una donna angelica e virtuosa, ma facilmente nella vita reale le donne da angeli si trasformavano in cortigiane avide di divertimenti e sfrenate nel lusso.

Da contrapporre alle nobildonne, apparentemente agiate, è la vita deprimente delle buffonesse che si esibivano in spettacoli grotteschi esibendo davanti ai padroni le loro deformità. Queste povere nane venivano spesso accompagnate dai padri, i quali poi chiedevano alle nobildonne se si fossero divertite.

La vita era priva di armonia. L’eccesso dominava in tutti gli aspetti di essa. I sentimenti erano troppi e troppo violenti e le idee poco chiare. La giovinezza che se ne sfuggiva a trent’anni, induceva la donna a godere freneticamente delle gioie lecite ed illecite della vita senza un ragionevole criterio.

L'ipocrisia poi, contaminava la gioia e il dolore. Qualsiasi manifestazione doveva osservare una speciale etichetta. Nel '400, in Francia, la gentildonna per la morte di uno dei genitori doveva rimanere a letto per nove giorni.

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Persino l’abbigliarsi comportava delle notevoli complicazioni. Ogni colore simbolizzava uno stato d’animo, ed aveva un suo linguaggio, dalla pelliccia o dall’abito, oltre la classe sociale della donna, si riconosceva lo stato d'animo e persino il rapporto di amica o di amante. Per svelare il proprio amore la donna si abbigliava in maniera particolare.

Le vesti erano spesso stoffe preziose, le giovinette solitamente preferivano il blu o il rosa, le dame il rosso, il nero, il grigio. All’abito già abbastanza complicato si aggiungevano gli ornamenti, eccessivi nella loro sorprendente sovrabbondanza, mentre i belletti servivano a correggere la natura. Le pettinature erano varie, seppure complicate e spesso i capelli venivano artificiosamente accorciati e trattenuti da diademi o da ornamenti vari.

 

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